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Da questo spunto iniziamo a riflettere sul secondo passo del perdono. Cominceremo dal rileggere un paragrafo scritto a tale proposito da Kenneth Wapnick nella sua brillante sintesi Il processo del perdono: tre passi, tratta dal libro Forgiveness and Jesus non ancora tradotto in italiano. (per rileggere tutto il brano cliccare qui)

Il secondo passo (del perdono) comporta la nostra comprensione che anche la colpa rappresenta una decisione, ed è una decisione che ora può essere cambiata. Il cambiamento non è qualcosa che possiamo fare da soli, ma deve essere qualcosa che vogliamo. Questa può essere una nostra scelta.

Dunque, con il primo passo abbiamo imparato ad impostare correttamente dentro la nostra mente il problema che sembrava farci soffrire, e in questo modo abbiamo visto che la sofferenza non era determinata da un qualche fatto esterno, ma dalla nostra interpretazione di esso. A questo punto – e seguendo attentamente le indicazioni fornite dal Corso - siamo entrati in contatto con la vera causa del nostro problema: un malessere interiore che il Corso definisce minuscola folle idea (T-27.VIII.6:2), che ci porta a percepire i fatti e le persone in modo distorto. Questa vera e propria malattia mentale (per inciso, è questo il significato che il Corso attribuisce alla parola “malattia”) fa sì che interpretiamo gli eventi come se indossassimo costantemente un paio di occhiali che ne altera la percezione. Non sarà possibile uscire da questo profondo malessere senza aiuto. Ma per fortuna, ci dice il Corso, l’aiuto è già presente dentro la nostra mente perché Dio stesso lo ha messo lì: è lo Spirito Santo.

Quando sei stato catturato nel mondo della percezione, sei catturato in un sogno. Non puoi sfuggirvi senza aiuto, poiché ogni cosa che i tuoi sensi ti mostrano testimonia semplicemente la realtà del sogno. Dio ha fornito la Risposta, la sola Via d’uscita, il vero Aiutante.
(Prefazion- pag VIII- ultimo paragrafo)

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Dunque…. Il primo passo del perdono, che consiste nell’assumerci la responsabilità delle nostre percezioni, ci ha portato a un punto critico perché ci ha fatto vedere che il problema non è per nulla esterno a noi, ma si trova proprio dove meno vorremmo che fosse, dentro la nostra mente.
Tutto l’impegno che – seguendo il suggerimento dell’ego - avevamo messo nel cercare di sfuggire al nostro dolore vedendolo nel mondo esterno a noi, si è rivelato totalmente vano: abbiamo finalmente sperimentato che è un effetto allucinatorio, una vera e propria cortina di fumo capace di trascinarci in uno stato di confusione mentale ed impedirci di usare la mente a nostro vantaggio. Grazie al primo passo del perdono siamo riusciti a sventare questo brillante trucco dell’ego, preparandoci così alla basilare decisione di non voler più essere tratti in inganno.
Questo barlume di consapevolezza è quindi sicuramente positivo, perché rappresenta il primo spiraglio verso la luce interiore. Tuttavia contiene anche un aspetto veramente scomodo: la scoperta che siamo molto più insani di quanto avessimo mai immaginato. E con il tempo questa scoperta ci porta a domandarci con apprensione crescente come fare a uscire dalla nostra ostinata dipendenza dal sistema allucinatorio dell’ego.
In sostanza, una volta svelati i trucchi che l’ego ci aveva offerto per mascherare la causa interiore del nostro dolore rimaniamo per così dire scoperti e inermi di fronte ad esso, perché ci scopriamo incapaci di fronteggiarlo.
E tutto questo proprio nel momento in cui ci sembrava di essere finalmente determinati a non ricorrere più alle vecchie dinamiche della proiezione e della negazione!
Questo può essere un momento molto difficile, al quale non è possibile sfuggire da soli.
Tuttavia il Corso ci ripete in continuazione che l’aiuto dello Spirito Santo è lì, a nostra disposizione, pronto a traghettarci incolumi verso la parte sana della nostra mente, purché noi ci mostriamo disponibili a chiederGli aiuto.
Ecco, il secondo passo del perdono è proprio rappresentato da questa disponibilità interiore a essere aiutati.
Per sostenerci in questo momento difficile il Corso ricorre a immagini rassicuranti, come quelle di una mamma che aiuta il figlio a fronteggiare i suoi mostri interiori mostrandogli che il mostro di cui aveva così paura è soltanto una tenda.
Come non sorridere di gioia, di fronte ad una scoperta del genere?

I bambini percepiscono fantasmi, mostri e draghi spaventosi, e ne sono terrorizzati. Ma se chiedono a qualcuno di cui si fidano il significato di ciò che percepiscono, e sono disposti a lasciar andare le loro interpretazioni in favore della realtà, la loro paura se ne va con esse. Quando un bambino viene aiutato a tradurre il suo “fantasma” in una tendina, il suo “mostro” in un’ombra, e il suo “drago” in un sogno, non ha più paura, e ride felicemente della sua paura.
Tu, bambino mio, hai paura dei tuoi fratelli, di tuo Padre e di te stesso. Ma ti stai semplicemente ingannando su di loro. Chiedi cosa sono all’Insegnante della realtà, ed ascoltando la Sua risposta, anche tu riderai delle tue paure e le sostituirai con la pace.
(T-11.VIII.13-14:3)

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Tu pensi di essere la dimora del male, dell’oscurità e del peccato. Pensi che se qualcuno potesse vedere la verità su di te proverebbe repulsione, ritraendosi da te come se fossi un serpente velenoso. Pensi che se ciò che è vero su di te ti fosse rivelato, saresti colpito da un orrore così intenso che correresti a procurarti la morte con le tue stesse mani, essendo impossibile continuare a vivere dopo aver visto ciò.
(L-pI.93.1)

Grazie al primo passo del perdono siamo entrati in contatto con la profonda malattia che si cela dentro di noi, e non è certamente un’esperienza divertente. Abbiamo visto insomma che la colpa che attribuivamo a qualcosa di esterno a noi si trova invece dentro la nostra mente.
Cominciamo a vedere con sempre maggiore lucidità che il nostro dolore non è provocato da un torto subito in ufficio, da una diagnosi infausta comunicataci dal medico, dal comportamento invadente di una persona che avevamo creduto amica o dalla calamità che ha improvvisamente colpito la nostra abitazione. Il nostro dolore è provocato dal modo in cui percepiamo tutte queste situazioni, e quindi è interno a noi, e non esterno.
In sostanza siamo noi la causa del nostro dolore.
Abbiamo anche cominciato a vedere che la nostra percezione distorta ha uno scopo potente: cercare di negare un malessere ancor più profondo e non riconosciuto che non ci abbandona praticamente mai: il senso di colpa per l’errata credenza di esserci separati da Dio.
Quindi stiamo cominciando a capire che assumerci la responsabilità delle nostre proiezioni ci porta inevitabilmente a fronteggiare direttamente proprio quel malessere sordo, quel senso di colpa primordiale e metafisico, che avevamo cercato di evitare in ogni modo possibile.
Intravediamo finalmente che è quella la causa di tutti i nostri problemi ed è essa che stritola la nostra mente costringendoci a pensare in modo distruttivo e autodistruttivo.
E’ un momento molto difficile dal quale non è possibile uscire senza aiuto. Ma l’aiuto c’è: è la Presenza amorevole dello Spirito Santo dentro la nostra mente, Che ci ricorda incessantemente che tutte le nostre paure più devastanti non sono altro che allucinazioni, e che al di là di esse c’è l’Amore immutato di nostro Padre.
Non ci è rimasta che una basilare responsabilità, il desiderare sopra ogni altra cosa questo aiuto. Senza questa decisione non ci sarà possibile farne esperienza.
Questo è il secondo passo del perdono.

Piccolo bimbo…. il tuo “segreto colpevole” non è nulla e se solo lo porterai alla luce, la luce lo dissolverà. E allora nessuna nube rimarrà tra te e il ricordo di tuo Padre, poiché ricorderai Suo Figlio senza colpa, che non è morto perché è immortale. E vedrai che sei stato redento con lui e non sei mai stato separato da lui.
(T-13.II.9:1-4)

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Il secondo passo(del perdono) comporta la nostra comprensione che anche la colpa rappresenta una decisione, ed è una decisione che ora può essere cambiata. Il cambiamento non è qualcosa che possiamo fare da soli, ma deve essere qualcosa che vogliamo. Questa può essere una nostra scelta. (estratto da "Il processo del perdono: tre passi," tratto dal libro "Forgiveness and Jesus" di Kenneth Wapnick, non ancora tradotto in italiano. Per leggere l’intero articolo cliccare qui)

Il secondo passo del perdono comporta l’esercizio del libero arbitrio, proprio come già era avvenuto con il primo passo.
Tuttavia, c’è un’importante differenza fra i due usi: nel primo passo il libero arbitrio consisteva nella scelta di impostare correttamente il problema in modo da vederne la causa dentro la nostra mente invece che nel mondo esterno. Nel secondo passo consiste invece nella determinazione a voler vedere la pace invece della colpa interiore che proprio il primo passo aveva lasciato emergere e portato in evidenza.

Il cambiamento non è qualcosa che possiamo fare da soli, ma deve essere qualcosa che vogliamo,
scrive Kenneth Wapnick nel suo saggio. Questa frase mette in evidenza uno dei temi dominanti del Corso: il rapporto esistente fra il nostro libero arbitrio, che è sovrano, e l’impossibilità di uscire da soli dalla palude in cui l’ego ci ha cacciato con il nostro totale consenso.
C’è un paragrafo nel Corso che sottolinea magistralmente questo rapporto:

In una situazione impossibile puoi sviluppare le tue capacità fino al punto in cui puoi uscire da quella situazione. Hai una Guida che ti dice come svilupparle, ma non hai altro comandante che te stesso. Questo ti lascia la responsabilità del Regno, con una guida per trovarlo e il mezzo per conservarlo. Hai un modello da seguire che rafforzerà il tuo comando e non lo indebolirà in alcun modo. Quindi mantieni il posto centrale nella tua schiavitù immaginaria, cosa che di per sé dimostra che non sei uno schiavo.
(T.6.IV.9.3:7)

Le capacità della nostra mente (i meccanismi di proiezione e negazione) ci hanno portato in una situazione impossibile, cioè nel vederci vittime del mondo esterno quando invece ne siamo la causa, con le nostre percezioni distorte.
Tuttavia possiamo sviluppare tali capacità fino al punto di usarle proprio per uscire da questa situazione impossibile, e accedere alla dimensione corretta della mente e di lì alla conoscenza (il Regno). La Guida che ci insegna come svilupparle è lo Spirito Santo. Il modello che ci viene proposto è Gesù. Il mezzo è il perdono.
Ma i comandanti siamo noi.
Proprio come il comandante di una barca, che pure si avvale di una rotta minuziosa e di mezzi potenti, deve assumersi la responsabilità della partenza, così anche noi abbiamo a disposizione una Guida infallibile (lo Spirito Santo), dei mezzi potenti (il perdono) ed un modello pieno di amore e saggezza (Gesù), ma dobbiamo assumerci la piena responsabilità della scelta di seguire la nuova rotta all’interno della nostra mente.
Senza la nostra determinazione crescente, anche la migliore Guida possibile resterà per noi pura e semplice teoria.

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Devi guardare le tue illusioni e non tenerle nascoste, poiché non poggiamo sul loro fondamento. Finché rimangono nascoste sembra che lo facciano e così sembra che si sostengano da sole. Questa è l’illusione fondamentale su cui poggiano le altre. Poiché al di sotto delle illusioni c’è la mente amorevole che ha pensato di averle fatte con rabbia, e rimarrà nascosta fintanto che queste saranno celate. E in questa mente il dolore è così evidente, quando viene scoperto, che il suo bisogno di guarigione non può essere negato. Né tutti i trucchi ed i giochi che le offri possono guarirla, perché questa è la reale crocifissione del Figlio di Dio.
E tuttavia egli non è crocifisso. Qui c’è sia il suo dolore che la sua guarigione, perché la visione dello Spirito Santo è misericordiosa ed il Suo rimedio é veloce.
(T-13.III.6:1/7:1-2)

Il primo passo del perdono, portandoci a vedere che i nostri problemi non sono generati dagli eventi della nostra vita, ma dalla nostra percezione di essi, ci ha anche messo in contatto con la profonda angoscia ontologica che è celata dentro la nostra mente. E’ a causa di questa angoscia, infatti, che ci sentiamo costantemente spinti dal nostro ego a proiettare sugli altri e sugli eventi quel primordiale senso di colpa che cerchiamo con tutte le nostre forze di negare, e che tuttavia permane indisturbato – anzi rafforzato ad ogni proiezione- nei recessi della nostra mente.
In altri termini siamo costantemente messi in croce dal nostro ego che ci fa credere dapprima di essere profondamente colpevoli, e poi ci spinge a proiettare fuori di noi la responsabilità per questa credenza.
Svelando l’uso simbolico che il Corso fa del linguaggio, il primo passo del perdono ci mette dunque in contatto con la nostra crocifissione. E- una volta che l’abbiamo finalmente individuata- non ci sarà trucco o gioco dell’ego che abbia il potere di guarirla. Ciò significa che ormai tutti i tentativi di proiettare la nostra angoscia sugli altri, nel tentativo di liberarcene., non funzioneranno più, perché avremo cominciato a comprendere e sperimentare che non leniscono il nostro dolore, ma lo aumentano. Infatti il nostro impegno nel guardare i meccanismi dell’ego dentro la nostra mente ci ha anche fatto vedere come la proiezione non risolve il problema ma lo peggiora, perché genera un circolo vizioso che imprigiona ancora di più la mente.
Siamo dunque arrivati ad un vero e proprio impasse: per uscire dalla nostra angoscia l’ego ci ha insegnato i suoi poderosi meccanismi di difesa: proiettare e negare. Ma ora sappiamo che negazione e proiezione non servono, perché aumentano ulteriormente la nostra angoscia. Come uscirne?
L’ego ci proporrà ancora una volta tutti i suoi trucchi, ma noi non vogliamo più dargli retta. Eppure la nostra determinazione a seguire l’insegnamento dello Spirito Santo non è ancora così forte e radicata.
In questi ultimi giorni di Quaresima, che preludono alla gioia della resurrezione, il Corso ci proporrebbe di riflettere sul modo in cui ognuno di noi sperimenta questa crocifissione nella propria mente, ogniqualvolta si sente preda dell’ego- un sistema di pensiero mortale e mortifero- dal quale sembra impossibile uscire.
Se non avremo avuto il coraggio di guardare fino in fondo la crocifissione cui ci sottopone costantemente il nostro ego, non sarà possibile gioire della sua scomparsa, quell’improvvisa resurrezione della nostra mente che – grazie allo Spirito Santo già presente in essa- darà un senso completamente nuovo alla nostra vita.

Lo Spirito Santo ha bisogno di uno studente felice nel quale la Sua missione possa essere felicemente compiuta. Tu che sei fermamente devoto alla sofferenza devi per prima cosa riconoscere che sei sofferente e non felice. Lo Spirito Santo non può insegnare senza questo contrasto, perché tu credi che la sofferenza sia felicità.
(T-14-II.1:1-3)

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Non trascorriamo questa settimana santa rimuginando sulla crocifissione del Figlio di Dio, ma in gioiosa celebrazione della sua liberazione. Perché la Pasqua è il segno della pace, non del dolore. Un Cristo assassinato non ha alcun significato. Invece un Cristo risorto diventa il simbolo del Figlio di Dio che si è perdonato, il segno che Egli si vede guarito e intero.
(T-20.I.1: 2-4)

Da qualche settimana stiamo riflettendo sullo stato mentale critico al quale ci ha portato il primo passo del perdono, perché ci ha fatto prendere contatto con una condizione di angoscia profonda che il Corso- forte del suo uso simbolico del linguaggio- non esita a definire “la crocifissione del Figlio di Dio “ (T-13-III.6:6).
E’ lo stato nel quale scopriamo che tutti i trucchi, i giochi e i piani tortuosi che l’ego ci ha insegnato (e che possono essere raggruppati nelle due fondamentali dinamiche della negazione e della proiezione) non possono servire a farci uscire dal nostro dolore, anzi lo intensificano.
C’è una sola via d’uscita: l’aiuto dello Spirito Santo, Cui dobbiamo imparare a rivolgerci per fare esperienza di uno stato mentale completamente diverso, uno stato che il Corso non esita a definire “resurrezione”.
Approfondiremo questo processo nei prossimi spunti, ma – per almeno una settimana, e proprio in questa settimana, che ci conduce alla Pasqua di Resurrezione- assaporiamo la gioia della speranza.
Continuando ad usare il linguaggio nel modo simbolico a cui il Corso ci sta abituando, non trascorriamo dunque questa settimana rimuginando sulla crocifissione che l’ego ha impostato dentro la nostra mente, insegnandoci a dare per scontata la separazione da Dio, e quindi ad essere tormentati dal devastante senso di colpa che non può non conseguirne.
Trascorriamola invece nella gioiosa speranza della liberazione della nostra mente, quella buona novella che lo Spirito Santo ci insegna incessantemente e che Gesù ha testimoniato con il suo esempio luminoso. La libertà interiore dall’ego, e la profonda pace che ne conseguirà, è l’esperienza a cui ci porterà l’impegno che ci assumeremo con il secondo passo del perdono.

Perché questo è il tempo della Pasqua della tua salvezza.
E tu risorgi da ciò che sembrava morte e disperazione.
Ora la luce della speranza è rinata in te, perché ora vieni senza difese, per imparare la parte riservata a te nel piano di Dio. ….
Oggi impara. E tutto il mondo farà questo passo gigantesco, e celebrerà con te la tua Pasqua.
Per tutto il giorno, quando piccole sciocchezze si presenteranno per provocare in te un atteggiamento di difesa e ti tenteranno ad impegnarti in piani tortuosi, ricordati che questo è un giorno speciale per imparare, e riconoscilo con questo:

Questa è la mia Pasqua. E voglio mantenerla santa.
Non mi difenderò, perché il Figlio di Dio
non ha bisogno di difese contro la verità della sua realtà.
(L-pI.135.25:3-5, 26:3-8)

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Io sono determinato a vedere
L-pI.20.tit

Nelle scorse settimane abbiamo visto che il secondo passo del perdono implica la determinazione a voler usare la mente in modo completamente diverso da quello a cui siamo abituati.
Infatti, seguendo l’insegnamento distruttivo dell’ego abbiamo imparato a usare la mente per negare e proiettare la colpa ontologica che si trova al suo interno, a causa dell’errata credenza di essere separati da Dio, e quindi dall’Amore.
Ma il primo passo del perdono ci ha insegnato che questa proiezione non risolve affatto il problema della colpa, anzi lo peggiora ulteriormente perché instaura nella mente dei circoli viziosi autodistruttivi che ci precipitano in uno stato di angoscia sempre maggiore.
Guardando con attenzione la devastazione che l’ego ha generato dentro la nostra mente, nasce ora finalmente in noi la determinazione a seguire un altro Insegnante e a farci guidare da Lui.
Questo è il tema che viene affrontato -per la prima volta nel libro degli esercizi- nella ventesima lezione. E’ interessante notare come l’invito alla determinazione compaia soltanto adesso. Perché ci viene proposto solo ora, e non nella prima lezione? In fin dei conti, proprio il Corso – nel capitolo 17 del testo - ci aveva informato che gli obiettivi vanno stabiliti all’inizio.

In ogni situazione in cui sei incerto, la prima cosa da considerare, molto semplicemente è: “Cosa voglio ottenere da questa cosa? Qual è il suo scopo?” La chiarificazione dell’obiettivo appartiene all’inizio, perché è questa che determinerà il risultato.
(T-17.VI.2:1-3)

L’apparente contraddizione decade quando ci ricordiamo che la determinazione a vedere in un altro modo non appartiene al primo passo del perdono, ma al secondo. E quindi presume che lo studente abbia già iniziato a guardare il macchinoso sistema d’inganni che l’ego ha cercato di instaurare dentro la sua mente.
In altri termini, la determinazione nasce proprio dalla constatazione del fatto che non vediamo, perché l’ego ci ha accecato con le sue menzogne. E le prime 19 lezioni hanno svolto questa funzione, non solo insegnandoci come si osserva la mente, ma mostrandoci anche qualche barlume del delirante sistema di pensiero dell’ego che si trova al suo interno.
Ci sono volute 19 lezioni ( e quindi 19 giorni…. o forse 19 settimane?.... o 19 mesi?....) per prendere un contatto iniziale con quanto è celato nella nostra mente. E da questa raggelante constatazione inizia a sorgere in noi il desiderio di vedere in un altro modo.
Inizia in sostanza la pratica del secondo passo del perdono.

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Io sono determinato a vedere

Questo è il nostro primo tentativo d’introdurre una struttura. Non interpretarlo male, vedendolo come un modo per esercitare su di te forza o pressione. Tu vuoi la salvezza. Vuoi essere felice. Vuoi la pace. Non hai queste cose ora, perché la tua mente è totalmente indisciplinata e non sei in grado di distinguere tra gioia e tristezza, piacere e sofferenza, amore e paura. Ora stai imparando a distinguerle. E la tua ricompensa sarà davvero grande.
L-pI.20.tit; 5

La lezione 20 presenta per la prima volta nel libro degli esercizi il tema della determinazione, proponendoci un allenamento completamente diverso da quello richiesto nelle prime 19 lezioni. Infatti introduce per la prima volta una struttura e una disciplina alla quale non eravamo abituati.
Nelle lezioni precedenti ci veniva richiesto un impegno veramente piccolo: da un minimo di 2 minuti al giorno nelle prime tre lezioni ad un massimo di 4-5 minuti al giorno nella lezione 16. Adesso improvvisamente dovremmo praticare due volte all’ora, cercando di farlo ogni mezz’ora (L-pI.20.5:1). Dunque, non solo la quantità di esercitazioni quotidiane aumenta vertiginosamente (calcolando 16 ore di veglia, infatti, passiamo di colpo a 32 ripetizioni al giorno) ma il tentativo di praticare con una cadenza regolare ci costringe a pensare molto frequentemente alla lezione del giorno. Siamo quindi invitati a riflettere sulla determinazione che abbiamo effettivamente maturato come conseguenza dell’osservazione della nostra mente richiesta dalle precedenti 19 lezioni.

E’ commovente notare con quanta delicatezza il Corso ci solleciti a non fraintendere le sue intenzioni, e a non scambiare il suo invito al rigore con un tentativo di esercitare su di noi forza o pressione. Il fatto è che siamo talmente abituati all’insolenza dell’ego dentro la nostra mente, che in una fase iniziale dell’addestramento potremmo erroneamente credere che anche lo Spirito Santo sia un insegnante esigente e crudele. Questo errore potrebbe addirittura portarci a una strana pratica- a dire la verità molto frequente tra gli studenti- ossia usare un timer per ricordare di praticare la lezione. Tale forzatura è in verità esattamente l’opposto dell’atteggiamento che questa lezione ci chiede di avere. Il desiderio di vedere in modo diverso dovrebbe nascere dalla sconcertante osservazione di cosa combina l’ego dentro la nostra mente, e non dall’obbligo di seguire una prassi ritualistica imposta dal Corso o autoimposta con l’uso del timer. In sostanza la lezione 20 ci invita a iniziare a riflettere sulla vera natura delle nostre motivazioni interiori, piuttosto che esigere da noi obbedienza e rigore. Una riflessione accurata- e un’attenta osservazione dei nostri pensieri a tale riguardo- getterà sicuramente luce sulla differenza che esiste tra una disciplina necessaria e un errato atteggiamento impositivo o auto-impositivo.
In sintesi, la determinazione a voler vedere in modo diverso dovrebbe nascere dal desiderio di salvezza, felicità e pace interiore. E tale desiderio non potrà mai sorgere nella nostra mente se prima non avremo imparato a vedere – grazie al primo passo del perdono- che tutta la nostra angoscia era auto generata. Ora stiamo imparando a farlo. E la nostra ricompensa- la profonda pace interiore che sperimenteremo con il terzo passo del perdono- sarà davvero grande.

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Io sono determinato a vedere

Nei periodi di pratica inizia le esercitazioni ripetendo l’idea a te stesso. Poi chiudi gli occhi e cerca attentamene nella tua mente situazioni passate, presenti o che puoi prevedere, che ti provocano rabbia. La rabbia può assumere forme differenti, che variano da una lieve irritazione alla furia più scatenata. L’intensità delle emozioni che provi non ha importanza.
(L-pI.21.tit; 2:1-4)

Le lezioni 20 e 21 sono dedicate al medesimo argomento: la determinazione a vedere in modo diverso, ossia a lasciar andare la percezione nefasta indotta dall’ego dentro la nostra mente, a favore di una percezione più amorevole, in linea con gli insegnamenti dello Spirito Santo.
Questa intenzione è il nocciolo del secondo passo del perdono e in quanto tale non può che seguire il primo, basato sull’osservazione accurata del contenuto della nostra mente e sulla piena responsabilità delle nostre proiezioni/ percezioni.

Come abbiamo visto nello spunto della scorsa settimana, la lezione 20 ci proponeva una pratica più strutturata per abituarci ad una diversa disciplina. La lezione 21 ritorna invece alla pratica che avevamo appreso nelle precedenti 19 lezioni: l’osservazione accurata del nostro attuale modo di vedere. Tuttavia è interessante che il Corso ci proponga un solo obiettivo di osservazione: la rabbia nelle sue varie forme. Perché? Perché la rabbia – termine che il Corso utilizza come sinonimo di attacco- è la quintessenza del meccanismo di proiezione. Se siamo arrabbiati con qualcuno o per qualcosa, vuol dire che stiamo proiettando su tale elemento percepito come esterno a noi il nostro malessere interno, di cui non vogliamo assumerci la responsabilità.
Il primo passo del perdono infatti ci aveva insegnato proprio quello che sostiene la lezione 5: che non siamo mai turbati ( e quindi arrabbiati) per la ragione che pensiamo noi, cioè per una causa esterna. Il nostro turbamento, e quindi la nostra rabbia, dipende invece dall’interno, da un modo di vedere errato. Ma ora siamo finalmente stanchi di continuare a vedere questo caos dentro la nostra mente, e siamo determinati a lasciarlo andare.

In sostanza, mettendo in discussione la nostra rabbia mettiamo in discussione l’intero meccanismo di attacco (proiezione e negazione) che rappresenta la cittadella fortificata dell’ego.
E siamo finalmente pronti a dire – non con un senso di dovere, ma con la ferma determinazione di chi vuole pace nel proprio cuore- che vogliamo vedere le cose in un modo diverso.

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Ma devi scegliere ciò che vuoi vedere. Questo è un corso sulla causa e non sull’effetto.
(T-21.VII.7:7-8)

Non si può dire che il Corso non sia molto esplicito nelle sue affermazioni. Le due frasi qui sopra ne sono un esempio.
Ciò che vediamo non è indipendente dalla nostra volontà di vederlo. Le nostre percezioni non sono determinate da fatti o eventi oggettivi ma dalle nostre proiezioni, e quindi dal nostro libero arbitrio usato malamente, cioè per vedere all’esterno di noi quello di cui non vogliamo affatto prendere coscienza all’interno.

Se vogliamo vedere qualcosa di diverso, dobbiamo scegliere di modificare la nostra percezione, e non gli eventi esterni. Questa è la via del Corso, perché questo è un Corso sulla causa, ossia sull’uso che facciamo della mente, e non sull’effetto, ossia sul mondo che vediamo. Beninteso… il Corso non giudica affatto i nostri costanti tentativi di modificare il mondo esterno per raggiungere un maggior benessere. Semplicemente ribadisce che questa non è la sua strada, perché sa che tutti i nostri tentativi di miglioramenti esteriori- che a volte possono anche essere brillantemente efficaci- purtroppo non durano, e quindi non possono fornirci quella costante pace interiore che è il vero obiettivo del Corso e dei suoi studenti.

Se vogliamo la pace non possiamo ottenerla cambiando il mondo ma soltanto cambiandone la percezione, cioè imparando a vedere le cose in modo diverso.
Ma questo implica un grosso esercizio preliminare: l’esserci accorti che il nostro modo di vedere è errato, distruttivo e autodistruttivo.
Grazie a questo esercizio- definito nel Corso “primo passo del perdono”- costatiamo la follia delle nostre percezioni, e maturiamo una determinazione crescente a voler vedere in un modo diverso, un modo basato sull’insegnamento dello Spirito Santo.

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…quando guardi gli effetti del peccato, qualunque ne sia la forma, tutto ciò che devi fare è semplicemente chiederti:
“E’ questo ciò che voglio vedere? E’ questo ciò che voglio?”
Questa è la tua unica decisione: questa è la condizione di ciò che succede. Il modo in cui accade è irrilevante, ma non il perché. Tu ne hai il controllo. E se scegli di vedere un mondo senza nemici, nel quale non sei impotente, i mezzi per vederlo ti saranno dati.
(T-21.VII.8:3-5,9:1-4)

Il primo passo del perdono ci ha insegnato a vedere gli effetti del peccato presenti nella nostra mente: la rabbia per i “peccati” commessi dagli altri, il senso di colpa per i “peccati” da noi commessi, il senso di depressione e impotenza per le sciagure dovute alle “colpe” di un mondo crudele, la paura per le “colpe” del corpo che si ammala contro la nostra volontà…
E ci ha anche insegnato a vedere che tutti questi effetti (rabbia, colpa, paura, senso d’impotenza, ecc.) non sono affatto determinati da cause esterne- e quindi dai “peccati” nostri o altrui- ma da un madornale errore percettivo rigidamente radicato nei recessi della nostra mente (la cosiddetta “minuscola folle idea”- T-27.VIII.6:2), che ci porta a distorcere continuamente la percezione degli eventi e delle persone, in modo da vederli come fonte della nostra paura e della nostra rabbia.
In sostanza, il primo passo del perdono è una pratica da apprendere accuratamente e da praticare con costanza, per prendere coscienza delle nostre proiezioni, e di come siano dovute a un solo, stupido errore che si trova all’interno della nostra mente, una presunta ma inesistente separazione dalla Fonte del Tutto, dell’Amore, della Pace, della Luce, della Forza: da Dio.

Questa graduale consapevolezza provoca in noi una determinazione che con il tempo cresce sempre di più: la determinazione a voler vedere le cose in un modo diverso, non più basato su questo errore basilare ma su una altrettanto basilare correzione- l’Espiazione proposta dallo Spirito Santo.
Questa è l’unica decisione che ci viene richiesta.
Questa è la decisione da prendere con il secondo passo del perdono.

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…quando guardi gli effetti del peccato, qualunque ne sia la forma, tutto ciò che devi fare è semplicemente chiederti:
“E’ questo ciò che voglio vedere? E’ questo ciò che voglio?”
Questa è la tua unica decisione: questa è la condizione di ciò che succede. Il modo in cui accade è irrilevante, ma non il perché. Tu ne hai il controllo. E se scegli di vedere un mondo senza nemici, nel quale non sei impotente, i mezzi per vederlo ti saranno dati.
(T-21.VII.8:3-5,9:1-4)

La scorsa settimana abbiamo visto nuovamente che ci viene richiesta una sola decisione (per rileggere lo spunto relativo cliccare qui).
Ma questa decisione si basa su un profondo processo preliminare di osservazione della nostra mente, che il Corso definisce “primo passo del perdono”.
Grazie ad esso dovremmo gradualmente fare esperienza della teoria che il Corso espone dettagliatamente in più di 1.000 pagine e che afferma che tutti i nostri apparenti problemi non dipendono da fatti esterni, ma dalla nostra percezione di essi. Il Corso ripete più e più volte che questi problemi sono tutti, senza eccezioni, riconducibili a un’unica credenza errata, profondamente negata e nascosta dentro la nostra mente: la cosiddetta minuscola folle idea (T-27.VIII.6:2), espressione con cui viene definita la presunta separazione da Dio.

Quest’unica decisione – vedere in modo diverso- è la condizione di ciò che succede in seguito, cioè del nostro mutato modo di percepire gli stessi eventi e le stesse persone.
Il decidere di modificare la nostra percezione è la condizione di ciò che succederà in seguito nella nostra mente, perché proprio com’era stata la nostra percezione a determinare la presenza dei problemi, così sarà la nostra percezione a determinarne la scomparsa.
Perché i problemi – qualunque problema senza eccezione- non sono oggettivi, ma percepiti.
I problemi sono dei contenuti, non delle forme. Sono l’interpretazione che diamo di un evento o di una persona, non l’evento o la persona in sé.
Modificando la percezione svanisce quindi il problema, anche se l’evento o la persona permangono immutati.

Il modo in cui avviene questa trasformazione è irrilevante, aggiunge la nostra citazione.
Ma non è per niente irrilevante il perché: la trasformazione avviene perché la vogliamo, perché siamo determinati a vederla.
Il controllo di questo mutamento è in noi, nella nostra scelta di vedere un mondo senza nemici, perché l’idea dell’inimicizia non sta nel mondo esterno ma nella nostra mente.

Potrebbe sembrarci un compito troppo difficile, di fronte al quale ci sentiamo impotenti e inadeguati. Ma l’ultima frase sostiene il contrario: verremo aiutati, i mezzi per vedere in modo diverso ci vengono dati, l’aiuto è vivo e presente dentro la nostra mente.
La sola cosa necessaria è la disponibilità a riceverlo.

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La visione che ti viene data dipende dalla tua determinazione a vedere.
(L-pI.20.3:8)

Da alcuni spunti (per rileggerli cliccare qui) ci stiamo concentrando sulla determinazione a vedere il mondo in un altro modo, l’intenzione che costituisce il nocciolo del secondo passo del perdono.
A volte ci domandiamo come sia mai possibile riuscire a cambiare la percezione di certi eventi estremamente dolorosi: un grave torto subito, la morte di una persona cara, il fallimento di importanti obiettivi su cui avevamo riposto tutte le nostre speranze, un passato di cui ci colpevolizziamo. Ci sembra che il peso delle cose sia tale da imprigionarci in una percezione fissa e immutabile, e che ogni tentativo di perdonare non possa che essere destinato a un inesorabile fallimento.
In verità, secondo il Corso, la nostra impotenza non è oggettiva, ma solamente percepita. In sostanza, se dopo aver praticato correttamente il primo passo del perdono ci sembra impossibile cambiare la nostra percezione, ciò significa semplicemente che vogliamo continuare a vederci inermi e incapaci perché ci sembra di trarne un vantaggio potente: il mantenimento del sistema di pensiero dell’ego – e quindi della nostra identità di corpo - dentro la nostra mente.
Dunque non è affatto vero che siamo inermi. Vogliamo continuare a credere di esserlo soltanto perché ci sembra in qualche misura vantaggioso, in quanto sembra esentarci dall’assumerci la responsabilità delle nostre proiezioni.
E’ questa la natura profonda della nostra malattia interiore. E il riconoscimento del non volere più il falso guadagno di mantenere l’ego dentro la nostra mente - ossia la determinazione a voler vedere in modo diverso - è ciò che ci guarirà.

La guarigione deve accadere nell’esatta proporzione in cui viene riconosciuta la mancanza di valore della malattia. Non si deve dire altro che: “Io non ho alcun guadagno in tutto questo” e si è guariti.
(M-5.II.1-2)

Un’osservazione accurata e spassionata dei nostri pensieri ci porterà a farne esperienza diretta. Perché se saremo effettivamente determinati a vedere in un modo diverso la stessa situazione o persona della cui percezione ci siamo assunti la responsabilità con il primo passo, allora ci verrà data la possibilità di farlo. Ci verrà data la visione.
Nella nostra determinazione a vedere sono contenuti i semi della visione.

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La tua decisione di vedere è tutto ciò che la visione richiede.
(L-pI.20.3:1)

La determinazione a vedere è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per avere la visione, cioè per riuscire a percepire cose e persone con gli occhi interiori dell’amore invece che con gli occhi esteriori dell’odio.
Ecco perché il Corso mette così tanta enfasi su di essa e le dedica un numero così elevato di lezioni: perché la determinazione è la chiave per accettare dentro la nostra mente il miracolo della percezione corretta. Senza la determinazione non raggiungeremo mai la pace interiore.

La scorsa settimana abbiamo visto che l’ego cerca di opporsi a questa nostra determinazione con un trucco sottile: insinuando nella nostra mente che non possiamo farcela, perché siamo deboli e impotenti. Ma abbiamo anche visto che quest’opposizione non può avere nessuna influenza su di noi, a meno che non decidiamo di sostenerla perché ci pare vantaggiosa.
In altri termini, il nostro senso d’impotenza non è altro se non un’interferenza, frapposta dall’ego nel tentativo di farci desistere, alla quale diamo il nostro pieno consenso.
E’ opportuno ricordare a questo proposito che non riusciremo a lasciar andare l’ego se ci opporremo con spirito bellicoso alle sue manovre, perché ciò non farebbe che aumentare il nostro conflitto interiore, dando realtà a quello che non è altro se non uno stato di allucinazione. L’unica via d’uscita è esercitare una gentile pazienza nei nostri confronti, guardando le nostre resistenze senza giudizio né colpa, cioè avvalendoci dell’aiuto amorevole e privo di condanna di Gesù e dello Spirito Santo.

Ma se – dopo aver esercitato un diverso guardare in compagnia di un diverso Insegnante- saremo infine determinati a scegliere con Lui un diverso modo di percepire, allora faremo esperienza di un altro sé all’interno di noi: una mente saggia invece di un corpo impaurito, una mente libera invece di un corpo prigioniero, una mente invulnerabile invece di un corpo vulnerabile. E i miracoli della percezione corretta appaiono a questa mente semplicemente naturali.

C’è un’altra visione e un’altra Voce nella quale si trova la tua libertà, che non aspetta che la tua scelta. E se tu poni la tua fede in Loro, percepirai in te un altro sé. Questo altro sé vede i miracoli come naturali.
(T-21.V.3:1-3)

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Più di ogni altra cosa io voglio vedere.
L’idea di oggi esprime qualcosa di più della semplice determinazione. Essa dà alla visione la priorità su tutti i tuoi desideri. Puoi sentirti esitante a usare questa idea perché non sei sicuro che questo è veramente quello che vuoi dire. Ciò non ha alcuna importanza. Lo scopo degli esercizi di oggi è di avvicinare un pochino il momento in cui l’idea sarà completamente vera.
(L-pI.27.tit,1)

Nel libro degli esercizi molte lezioni sono dedicate all’esercizio della determinazione, una capacità che – ci dice la lezione 20- dobbiamo imparare ad allenare con disciplina e discernimento, perché all’inizio del nostro percorso spirituale siamo totalmente irretiti dal caos e dalla esperta ma ingannevole confusione dell’ego.
Abbiamo visto che le prime due lezioni dedicate a questo argomento sono la 20 e la 21. La lezione 27 riprende lo stesso tema, invitandoci a fare un significativo passo avanti. Qui non ci viene richiesta soltanto la “semplice” determinazione, ma ci viene addirittura proposto di dare alla visione priorità su tutti i nostri obiettivi.
E’ un passo veramente importante.
Con questa decisione, infatti, affermiamo che per noi modificare la percezione degli eventi è più importante della modifica degli eventi stessi. Sosteniamo insomma che la mente è più importante del mondo. E che intendiamo darle la priorità.

Non è possibile assumerci un impegno del genere se non avremo imparato a praticare il primo passo del perdono, cioè a guardare il disastro che l’ego combina dentro la nostra mente.
Solo attraverso il primo passo, infatti, sperimentiamo che i nostri problemi non sono determinati dagli eventi esterni, ma dalla nostra percezione di essi. E scopriamo che per uscire dai problemi non dobbiamo cambiare gli eventi, ma la nostra interpretazione errata. Per aiutarci in questo processo le prime 19 lezioni del libro degli esercizi ci hanno guidati passo dopo passo, insegnandoci l’osservazione accurata e spassionata della mente.
Dopo aver affermato per la prima volta -con la lezione 20- la nostra determinazione a vedere, nelle 6 lezioni successive abbiamo ricominciato a guardare l’inganno dell’ego, soffermandoci questa volta sulla componente autodistruttiva del suo sistema di pensiero. In questo modo ne abbiamo ulteriormente consapevolizzato l’intento mortale e mortifero.
Arrivati dunque alla lezione 27 la nostra determinazione a vedere dovrebbe essere cresciuta ulteriormente e potremmo già essere in grado di affermare che la nostra priorità più alta è vedere le cose in modo diverso.

Potremmo essere esitanti di fronte ad un impegno così importante, e la nostra esitazione potrebbe assumere una forma apparentemente responsabile. Potremmo sostenere, per esempio, che non ce la sentiamo di ripetere una frase del genere perché non ci crediamo veramente.
Il Corso lo sa.
E dice che non importa.
Lo scopo dell’esercizio non è quello di avere fin da subito una determinazione incrollabile, ma di avvicinarci al momento in cui- credendo completamente all’idea- saremo in grado di accoglierla senza riserve.
Il modo per avvicinarci a quel momento sarà continuare a osservare l’ego dentro la nostra mente, vedendone le aberranti implicazioni. Perché solo questo ci renderà veramente determinati a scegliere un diverso Insegnante e a dare a Lui la priorità.

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Più di ogni altra cosa io voglio vedere.
Mentre dici che più di ogni altra cosa desideri vedere, potrai essere tentato di credere che ti si stia chiedendo un qualche tipo di sacrificio. Se usare questa affermazione senza riserve ti crea del disagio, aggiungi:
La visione non costa niente a nessuno.
Se la paura della perdita persiste, aggiungi ancora:
Può solo essere una benedizione.
(L-pI.27.tit,2)

Come abbiamo visto nello spunto della scorsa settimana (per rileggerlo cliccare qui), con questa lezione il Corso ci chiede qualcosa di più della “semplice” determinazione a vedere. Ci chiede di dare priorità alla visione rispetto a tutti gli altri desideri che possiamo avere.
Non può esserci modo più chiaro per dire che la nostra percezione corretta (la visione) è molto più importante di tutti gli altri obiettivi che abbiamo impostato per noi stessi, e che questo è un Corso per raggiungere la pace interiore, non per cambiare il mondo esterno in cui crediamo di vivere. Come sostiene una celebre affermazione:

Quindi non cercare di cambiare il mondo,
ma scegli di cambiare la tua mente riguardo al mondo.
(T-21.In.1:7)

Tuttavia il Corso è ben consapevole del fatto che potremmo ritenere quest’impegno superiore alle nostre forze, e che la nostra paura potrebbe assumere la forma del senso di sacrificio. Infatti, se la visione diviene prioritaria, allora vuol dire che dobbiamo mettere in secondo piano quelli che abbiamo finora considerato “i nostri diritti”, anteponendo a essi un “semplice” cambio di percezione.
E che dire di un furto? Dovremmo cambiare il nostro punto di vista, prima di esigere la restituzione di quanto ci è stato sottratto? E un tradimento? Dovremmo cercare la visione prima di qualunque azione, come per esempio spiegare chiaramente al traditore che cosa pensiamo di lui? E che dire di un abbandono, di un lutto, di un atto colpevole, di un rimorso?
E se poi, dopo aver cambiato il nostro punto di vista, decadesse in noi il desiderio di chiarificazione, risarcimento o addirittura di vendetta? In tal caso dare la priorità alla visione non andrebbe contro i nostri migliori interessi? Chi ci proteggerà allora dal male, se tutto quello che ci viene richiesto è dare la priorità ad un “banalissimo” cambio di percezione?

Una lezione come la 27 può dunque provocare in noi delle forti reazioni. Ecco perché al suo interno sono contenuti degli antidoti potenti per fronteggiare il veleno delle interferenze dell’ego.
Gli antidoti proposti sono due: la visione non ha costo, e può solo benedire. Perché? Perché – come ci avevano spiegato le lezioni 24 e 25 - noi non percepiamo i nostri migliori interessi e non conosciamo lo scopo di nulla. L’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno, in quanto mente, è di vedere in modo diverso, e sarà proprio questa visione a proteggerci dal presunto male del mondo. Questa è la ragione per cui dobbiamo imparare a darle la priorità. Questo è il motivo per cui la visione non può che essere una benedizione.

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C’è un altro modo di guardare il mondo.
Potrei vedere pace anziché questo.
(L-33-34.tit.)

Da qualche spunto (per rileggere i numeri precedenti,cliccare qui), ci stiamo concentrando sulla determinazione a vedere le cose in modo diverso. E abbiamo anche notato come il Corso ci aiuta a fronteggiare le profonde resistenze che sorgono in noi nel momento in cui cerchiamo di allenare la nostra mente in tale direzione, con quella disciplina e fermezza che la lezione 20 ci ha proposto.
Questa determinazione è la chiave per comprendere e praticare il secondo passo del perdono, che consiste nel desiderio di mutare rotta dopo aver visto – con il primo passo- in quali paludi ci aveva condotto l’ego. Proprio il consapevolizzare dove ci siamo cacciati ci porta a decidere che ci deve essere un modo diverso di vedere le cose.

Abbiamo visto inoltre che non basta essere determinati a vedere le cose in modo diverso. Bisogna imparare, con il tempo, a dare a questa determinazione a vedere priorità su tutte le nostre decisioni. Questo era il tema delle lezioni 27 e 28. E abbiamo visto che ci vuole un allenamento rigoroso per giungere a un risultato del genere. Un allenamento basato sul guardare le resistenze che l’ego farà sorgere nella nostra mente, in modo da farci desistere: l’idea di essere inermi di fronte ad un impegno così gravoso, e il senso di sacrificio. Nelle lezioni precedenti a quelle che prendiamo in considerazione oggi ci sono stati forniti vari antidoti per contrastare le interferenze dell’ego.

Dopo queste premesse, con le lezioni 33 e 34 dovremmo essere finalmente pronti ad assumerci il terzo impegno che ci viene richiesto nelle prime 50 lezioni del libro degli esercizi: scegliere di vedere la pace invece di quello che vediamo abitualmente, quando siamo catturati dall’ego e irretiti nel suo sistema di pensiero.
Una decisione del genere ci permette di accedere allo stato mentale in cui si trova la visione, termine con cui il Corso definisce il modo corretto o sano di vedere le cose.

L’idea di oggi incomincia a descrivere le condizioni che prevalgono nell’altro modo di vedere. La pace mentale è chiaramente una questione interiore. Deve iniziare dai tuoi stessi pensieri e poi estendersi all’esterno. E’ dalla tua pace mentale che nasce una percezione pacifica del mondo.
(L-pI.34.1)

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L’istante santo è il risultato della tua determinazione ad essere santo. E’ la risposta. Il desiderio e la disponibilità a farlo arrivare precedono la sua venuta. Prepari la tua mente per esso soltanto fino al punto di riconoscere che lo vuoi sopra ogni altra cosa.
(T-18.IV.1:1-4)

Queste frasi mettono in relazione la nostra determinazione a vedere in un modo diverso con l’esperienza dell’istante santo.
La determinazione- come abbiamo visto negli spunti precedenti- deve essere allenata. E le prime lezioni del libro degli esercizi mettono l’accento su tale allenamento, aiutandoci anche a fronteggiare le interferenze dell’ego, che sorgeranno inevitabilmente quando cominceremo a voler fare sul serio.

Inoltre la determinazione a voler avere la visione (ossia a raggiungere un diverso e più sano modo di percepire il mondo) deve essere allenata fino al punto di darle priorità su tutti gli altri obiettivi che mai possiamo avere. Non è un impegno da poco: comporta la decisione di guardare senza giudizio né colpa due potenti veleni che l’ego instilla dentro la nostra mente: il senso d’impotenza e il senso di sacrificio. Tuttavia il Corso ci promette che riusciremo a raggiungere l’istante santo se – nonostante tutte le manovre e i maneggi dell’ego- manterremo ferma la nostra determinazione alla santità.

Ho dedicato molti spunti all’argomento dell’istante santo (chi vuole rileggerli può cliccare qui) E la sintesi di tutto quel lavoro era che l’istante santo è l’attimo nel tempo in cui si esce dal tempo, cioè si usa la mente- per definizione, secondo il Corso, fuori dal tempo e dallo spazio- per compiere una diversa decisione. L’istante santo è l’attimo della decisione. E’ l’istante in cui la parte decisionale della nostra mente, il DM, sceglie un diverso modo di percepire.
L’istante santo è un risultato. Ne facciamo esperienza solo dopo aver esercitato la nostra determinazione. In altri termini non dobbiamo allenarci all’istante santo, ma alla determinazione, perché l’istante santo è la risposta alla domanda che abbiamo posto.

…quando guardi gli effetti del peccato, qualunque ne sia la forma, tutto ciò che devi fare è semplicemente chiederti:
“E’ questo ciò che voglio vedere? E’ questo ciò che voglio?”
Questa è la tua unica decisione: questa è la condizione di ciò che succede.
(T-21.VII.8:3-5,9:1)

La determinazione a vedere in modo diverso è la preparazione che ci viene richiesta per sperimentare l’istante santo, l’attimo in cui- identificati con il DM e non con il corpo- ci è possibile accedere ad un modo santo di pensare.
In questa determinazione c’è la chiave del secondo passo del perdono.

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L’istante santo è il risultato della tua determinazione ad essere santo. E’ la risposta. Il desiderio e la disponibilità a farlo arrivare precedono la sua venuta. Prepari la tua mente per esso soltanto fino al punto di riconoscere che lo vuoi sopra ogni altra cosa. Non è necessario che tu faccia di più: invero è necessario che tu ti renda conto che non puoi fare di più. Non tentare di dare allo Spirito Santo quello che non chiede o aggiungerai l’ego a Lui e confonderai i due. Egli non chiede che poco. E’ Lui Che aggiunge la grandezza e la potenza. Si unisce a te per rendere l’istante santo molto più grande di ciò che puoi comprendere. E’ la tua realizzazione del fatto che devi fare pochissimo per metterLo in grado di dare tantissimo.
(T-18.IV.1)

Questo paragrafo stabilisce un importante collegamento fra la determinazione e la disponibilità. Potremmo erroneamente credere che la determinazione a vedere le cose in modo diverso- e soprattutto l’idea di darle priorità assoluta, come ci suggeriscono le lezioni 27 e 28- comporti un atteggiamento di rigore estremo.
In realtà la determinazione di cui parla il Corso è un atteggiamento di disponibilità interiore. E’, in sostanza, la determinazione a essere disponibili.
Può sembrare una contraddizione in termini, ma se daremo a quest’idea la dovuta attenzione, ne coglieremo le implicazioni sottili.
Il Corso sembra invitarci a riflettere sui tanti modi in cui è possibile essere determinati: con rigidità, con l’assoluta convinzione di essere nel giusto e voler avere ragione, o –all’opposto- con l’umiltà interiore di chi sa di non sapere ed è disponibile ad essere istruito, perché il suo obiettivo non è più quello di voler aver ragione a tutti i costi, ma quello di voler essere felice.

Il nostro tentativo di dare allo Spirito Santo un rigore che Lui non ci chiede, ci porterà proprio a confonderLo con l’ego, confondendo nella nostra mente quello che noi pensiamo sia la determinazione, con quello che il Corso invece intende con essa.
La determinazione è l’inflessibile ma dolce decisione di lasciare che un’altra Voce, diversa da quella cui siamo abituati e con la quale siamo solitamente identificati, prenda il sopravvento nella nostra mente. E’ la disponibilità a fare un passo indietro perché ci venga indicata la strada.

Mi farò da parte e lascerò che Egli guidi il cammino, poiché voglio procedere lungo la strada che porta a Lui.
(L-pI.155.14:3)

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Non fidarti delle tue buone intenzioni. Non sono abbastanza. Ma abbi fiducia implicitamente nella tua disponibilità, qualsiasi altra cosa possa intromettersi. Concentrati soltanto su questa e non essere disturbato dal fatto che le ombre la circondano. Questo è il motivo per cui sei venuto. Se avessi potuto venire senza di loro non avresti avuto bisogno dell’istante santo. Vieni ad esso non con arroganza, presumendo di dover raggiungere lo stato che la sua venuta porta con sé. Il miracolo dell’istante santo sta nella sua disponibilità a lasciare che esso sia ciò che è. E nella tua disponibilità per ciò sta anche la tua accettazione di te stesso come era inteso che fossi.
(T-18.IV.2)

Le nostre buone intenzioni potrebbero portarci a credere- tra le altre cose- di sapere che cosa sia la determinazione che il Corso ci chiede di avere: quella determinazione a vedere in modo diverso che le prime lezioni del libro degli esercizi ci chiedevano di allenare con disciplina crescente, in modo da imparare a darle assoluta priorità su tutte le altre decisioni che potremmo voler prendere nel corso della nostra vita.

Questo paragrafo ci invita a non fidarci delle nostre buone intenzioni. Esse potrebbero erroneamente portarci a credere di dover aggiungere qualcosa alla nostra determinazione. In tal caso non faremmo altro che aggiungere l’ego a quanto ci viene richiesto dallo Spirito Santo, e – come abbiamo visto nello spunto della settimana scorsa ( per rileggerlo cliccare qui)- ci troveremmo a confondere i due.
E’ l’arroganza a spingerci in questa direzione: il credere di sapere cosa è meglio per noi, quali sono le vie da seguire, e come si raggiunge l’obiettivo della santità.
E’ dunque parte del processo del perdono imparare a intercettare la nostra arroganza, non appena fa capolino nel nostro spazio mentale, e ricordare che la nostra ferrea determinazione si deve unire alla consapevolezza di non sapere né quali sono i nostri migliori interessi né quale sia lo scopo delle cose- come suggerivano le lezioni 24 e 25.
Il guardare con pazienza e apertura mentale la nostra arroganza ci porterà a sperimentare una diversa qualità di determinazione: non un rigore rigido e inflessibile, ma un’umile disponibilità ad accogliere nella nostra mente un diverso modo di vedere.
Questo è il miracolo dell’istante santo: il non presumere di sapere che cosa sia.
Nella disponibilità a essere educati da una Voce diversa da quella a cui siamo solitamente abituati sta anche la disponibilità ad accettare di non essere un piccolo corpo, ma una mente illimitata. Questo è il “me stesso” con cui l’ego non vorrà mai farci prendere contatto, e che invece rappresenta il nostro vero sé. Questo è il nostro libero arbitrio e in esso sta la nostra grandezza di Figli di Dio.

L’umiltà non ti chiederà mai di accontentarti della piccolezza. Ti chiede invece di non accontentarti con meno della grandezza che non proviene da te.
(T-18.IV.3:1-2)

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Poni semplicemente la domanda. La risposta viene data. Non cercare di rispondere, cerca semplicemente di ricevere la risposta così come viene data. Mentre ti prepari all’istante santo non tentare di renderti santo per essere pronto a riceverlo. Ciò non è altro che confondere il tuo ruolo con quello di Dio. L’Espiazione non può giungere per quelli che pensano che devono dapprima espiare, ma soltanto a quelli che non le offrono altro che la semplice disponibilità a farle spazio.
(T-18.IV.5:1-6)

La domanda che noi dobbiamo imparare a porci, e che nel capitolo 21 viene espressamente

…quando guardi gli effetti del peccato, qualunque ne sia la forma, tutto ciò che devi fare è semplicemente chiederti:
“E’ questo ciò che voglio vedere? E’ questo ciò che voglio?”
Questa è la tua unica decisione: questa è la condizione di ciò che succede.
(T-21.VII.8:4-5,9:1)

Questa domanda è l’inevitabile conseguenza del primo passo del perdono, che ci ha portato a guardare “gli effetti del peccato, qualunque ne sia la forma”. Solo vedendo lo stato di angoscia presente nella nostra mente e le sue manifestazioni nel mondo - questi sono gli “effetti del peccato” - e solo vedendo che il loro contenuto è sempre lo stesso - “qualunque ne sia la forma” - matura in noi la domanda che ci porterà con il tempo a mettere in discussione tutto il sistema di pensiero dell’ego. “E’ questo ciò che voglio vedere? E’ questo ciò che voglio?”
Questa è l’unica decisione da prendere, ed è la sintesi del secondo passo del perdono. Perché da essa scaturisce quella determinazione a voler vedere le cose in modo diverso che il Corso definisce “ visione”.
Non sta a noi determinare la risposta, perché ci è già stata data: il Corso la chiama “Espiazione”, e non è null’altro se non la correzione dell’errata credenza di essere separati da Dio. Il piano non è nostro. Non siamo noi a stabilirlo, e non dobbiamo interferire con esso. Il nostro ruolo non consiste in altro se non nella disponibilità ad accettare l’Espiazione per noi stessi.

Piuttosto che cercare di prepararti per Lui, cerca di pensare così:
Io, che sono colui che ospita Dio, sono degno di Lui.
Colui Che ha stabilito la Sua dimora in me l’ha creata come voleva che fosse.
Non c’è bisogno che la renda pronta per Lui, ma soltanto che io non interferisca con il Suo piano di ripristinare in me la mia consapevolezza di essere pronto, che è eterna.
Non ho bisogno di aggiungere nulla al Suo piano.
Ma per riceverlo devo essere disposto a non sostituire il mio al posto del Suo
.
(T-18.IV.5:8-13)

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